LA CITTA’ DELLA GIOIA

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Ci sono dei libri che ti cambiano la vita, ognuno ha i suoi, dei libri che non sono solo parole e pagine ma ti entrano dentro, si impossessano dei pensieri e dei desideri e “La città della gioia” di Dominique Lapierre è uno di quei libri.

E’ grazie a questo libro che ho trovato la spinta definitiva e il coraggio di partire.

L’India ha sempre esercitato un fascino irresistibile su di me e non saprei spiegarne bene il motivo, chi, come come lo subisce, capirà meglio cosa intendo.

Ma non si esaurisce tutto nel fascino, potrei dire di aver sentito un vero e proprio richiamo. E il libro è stata la conferma. Dovevo andare lì.

E lì poteva essere sola Calcutta, la città del libro appunto.

 

 

Avevo 19 anni , appena diplomata e molto ingenua, completamente a digiuno del mondo.

Ciò che avevo letto e immaginato in breve si è palesato ai miei occhi provocando in me una sensazione di forte smarrimento e paura appena atterrata all’aeroporto di Kolkata.

Il caldo umido appiccicava i vestiti, il frastuono dei clacson era assordante e l’unica consapevolezza a cui ancora potevo aggrapparmi era quella di essere lì e di essere sola.

Il mio riferimento era una Ostello vicino alla Casa Madre di Madre Teresa di Calcutta dove scelsi subito quale sarebbe stato il mio impegno volontario per le successive 2 settimane.

Scelsi un Centro di bambini di strada, malati di malattie curabili come la Scabbia o la Tubercolosi, accolti in attesa di guarigione e poi riconsegnati alle famiglie.

 

 

Raggiungevo il mio lavoro con un tragitto in autobus dove mi sentivo sempre molto osservata per essere l’unica occidentale e un tratto di strada a piedi ai limiti di una bindonville e in questo percorso quotidiano mi perdevo sempre nei miei pensieri e in un turbinio di emozioni.

 

 

Mi capitava di parlare con altri volontari, provenienti da tutte le parti del mondo e ognuno aveva una sua personale motivazione per essere lì in quel momento e il più delle volte la motivazione era Dio.

Io mi sentivo molto impreparata al riguardo e l’unica cosa che mi venisse di rispondere era la verità: “Non lo so”.

A cercare con la testa una spiegazione potrei dire che ero lì a cercare me stessa, ero lì per mettermi alla prova, per il mio innato desiderio di aiutare gli altri  o per la mia sete di verità. Forse per tutte queste ragioni messe insieme ma io Calcutta l’ho capita solo anni e anni dopo.

In quei giorni sono stata immersa in una realtà surreale, dove la vita e la morte si tengono per mano e fanno parte della quotidianità, non meno del cibo, dove i parametri basilari di dignità umana sono sconvolti e invertiti, dove tutto ciò che a noi sembra normale e giusto, qui non esiste.

 

Un funerale

 

Oggi mi sento fortunata per aver ricevuto questa doccia gelida in tenera età ma ho pagato questa audacia a caro prezzo.

Le notti in camerata erano lunghe e tormentate, non facevo altro che ripercorrere come nelle scene di un film, le scene vissute nella giornata, rivivendo tutta l’inquietudine e lo shock di alcuni momenti.

Oggi posso dire che fortunatamente Dio mi mandò un suo angelo a rassicurarmi. Una signora di mezza età  che raccolse tutte le mie lacrime e la mia disperazione.

 

Jenny

 

Mi disse che era normale e che ci erano passati tutti, ma che trascorse le prime 3 notti sarebbe andata meglio e che superata la settimana Calcutta sarebbe entrata per sempre nel mio cuore e avrei desiderato tornarci.

Lì per lì il pensiero di rivedere quei luoghi mi terrorizzava e mi sembrava assurdo.

Tentai ugualmente di anticipare il mio volo di rientro ma senza successo.

Così, semplicemente, mi lasciai andare all’esperienza e fui attraversata da una tempesta di informazioni, incontri, malattie, sporcizia, odori e rumori, intervallati da momenti di autentica gioia a contatto con i bambini del centro e in particolare con una di loro.

 

Punam

 

Tornavo in Ostello con il desiderio di togliermi la pelle per quanto mi sentissi sporca e mi facevo la doccia con l’amuchina. Poi mi prendevo qualche momento per leggere e scrivere.

Non riesco a descrivere nei dettagli tutto ciò che ho vissuto in questa finestra della mia vita così breve e cosi’ fondamentale, so solo che quell’esperienza mi ha cambiata per sempre.

Una volta a casa ricordo l’estasi di dormire in un letto pulito, con lenzuola bianche e profumate.

 

Il mio letto in Ostello

 

Negli anni sono affiorati pezzi di ricordi e oggi riguardo tutto con grande tenerezza.

Oggi, forse, mi sentirei meno sola e custodisco gelosamente la lezione di questa terra meravigliosamente contraddittoria.

Noi abbiamo tutto ciò che è fuori e chi non ha niente è capace di sorridere in un modo per me sconosciuto e misterioso.

L’India ha Dio.

 

 

Dio in ogni cosa, in ogni momento della giornata, nel cibo, nei fiori, nelle persone, nelle macchine, nei mercati, Dio è ovunque e in qualche cosa  e tutto scorre secondo regole molto diverse da quelle a cui siamo abituati.

Il messaggio che trapela da ogni angolo è così abbagliante da rimanere invisibile solo ad un cieco.

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